Allora, come accennavo in premessa, fedele alle mie dichiarazioni introduttive, senza quindi vene di ipocrisia, inizio con l’affrontare l’argomento più spinoso ma che non può e non deve più costituire l’elemento catalizzatore delle problematiche presenti e, cosa ancora più preoccupante del futuro dell’Ente, senza scomodare la nostra storia più remota, né quella altrui, il podestà in fase di nomine non disdegnava di certo l’abboccamento con qualche camerata, parlo del Consiglio di Amministrazione, ovviamente, della sua nomina.
A maggior ragione il Sindaco eletto democraticamente è tenuto a stare, si fa per dire, alle cosiddette regole del gioco, non mi riferisco certamente al Sindaco Merchiori, ma alla qualità di Sindaco e chiunque esso la impersona nel tempo. La scelta del nominando, a tutti i livelli - e mi auguro che nessuno si stracci le vesti - non sempre risulta felice perché non è facile individuare persone idonee ad assolvere il mandato.
Nella nostra prassi politica, la responsabilità della scelta non è certamente imputabile al Sindaco che nomina e né forse anche agli stessi designatori, bisogna spingersi, mi sia consentito, oltre, è il sistema, questo sistema che è malato e rischia di morire per asfissia, in assenza di una svolta incisiva che ripristini il primato e il valore della politica, politica chiamata a formare e selezionare il personale politico. Come funziona il nostro Consiglio, perché so che è una questione dibattuta.
All’interno del Consiglio di Amministrazione, pur essendo un organo di gestione, un organo politico, sarebbe auspicabile una forte unità di intenti e di azioni per il cui conseguimento ho speso personalmente non poche energie, purtroppo vanamente.
Viceversa, nell’ambito di tale organo si è costituita una minoranza, circostanza di per sé non negativa, solo che maggioranze e minoranze hanno senso in democrazia laddove si confrontino su mission, su progetti, su soluzioni concrete da dare ai problemi concreti, ma tale salutare dialettica non può prescindere dal senso di responsabilità e dalla consapevolezza del ruolo delle istituzioni e delle conseguenze del proprio agire.
Atteggiamento debordante rispetto all’attività istituzionale e in quanto tale, non legati certo a radici politico culturali, diventano fattori negativi se non addirittura patologici. Signori, è giunta l’ora che ciascuno di noi, me per primo, ai vari livelli e nei diversi ruoli, metabolizzi l’etica della responsabilità ove si valuti che l’attuale situazione del Consiglio rappresenti un problema, il problema non può che essere politico e come tale va risolto nelle sedi proprie.
Al contrario soffiare sul fuoco, ispirare strumentalmente comportamenti destabilizzanti o semplicemente avallarli, sia pure tacitamente, costituisce un imperdonabile, dico imperdonabile irresponsabilità politica e morale, perché si gioca sul dolore e sulle sofferenze di chi sta dentro e fuori le strutture dell’IRAS. Altra considerazione sulla metodologia della gestione, ovviamente è a integrazione di quello che il direttore ha detto.
Sul piano propriamente gestionale appare innegabile l’excursus storico che ho fatto il direttore, che l’origine e l’evoluzione dei servizi e delle strutture siano stati oggettivamente nel loro corso della storia ispirati alla pietas che ha caratterizzato la gestione dell’Ente fino ai nostri tempi.
Oggi, perciò, non è più differibile l’esigenza di passare da quel pur nobile sentimento della pietas che ne ha ispirato la gestione ad una moderna azienda, efficiente ed efficace dei servizi alla persona, questo è il punto, che è una questione pregiudiziale per questo Consiglio di Amministrazione. Per centrare l’obiettivo che cosa fare?
È necessario prima di tutto consolidare, 17 perché è già iniziata, la netta distinzione di ruoli tra il Consiglio di Amministrazione e la tecnostruttura, evitando interferenze, commistioni che tra l’altro provocano demotivazioni tra gli operatori.
Con altrettanta determinazione va introdotto il criterio funzionale in base al quale chi riveste posizioni organizzative, sembra che dico una cosa banale, ma non è così, chi assume posizioni organizzative deve assumerne la connessa responsabilità con particolare riferimento al raggiungimento dei risultati programmati con verifiche da effettuare attraverso adeguati e innovativi sistemi di controllo di gestione cui il direttore faceva cenno poc’anzi.
Fondamentale deve essere il coinvolgimento di tutto il personale e delle rappresentanze sindacali nell’ottica della trasparenza e della partecipazione, sia nella fase della programmazione delle attività che nella informativa sull’andamento del processo gestionale.
Bisogna introdurre, previo accordo con le organizzazioni sindacali che hanno il delicato ruolo di rappresentare e tutelare in maniera responsabile le legittime esigenze del personale, i criteri trasparenti per l’avvio del sistema meritocratico, non è possibile continuare a premiare i nullafacenti, mi riferisco alle esternazioni del professor (Ichino) oggetto di due disegni di Legge alla Camera e al Senato della Repubblica, i quali pur costituendo una marginale - molto marginale - minoranza recano danno soprattutto all’immagine dell’Ente.
Capirete che non si tratta di caccia alle streghe ma di dare il giusto riconoscimento a chi lo merita. Ancora sulle risorse umane. In qualsiasi tipo di organizzazione, il personale, costituisce risorsa primaria, anche nell’era della tecnologia più invasiva.
Tale risorsa in un’azienda di servizi alla persona, quale si attesta l’IRAS, non può che assumere un plusvalore, perché è decisamente insostituibile non c’è macchina che tenga, è la persona la risorsa primaria per il servizio alla persona, tanto più se si considera nel nostro caso chi sono gli utenti, o meglio, gli ospiti: sono persone che si trovano nel tempo più delicato del loro percorso di vita sotto il profilo fisico, psicologico e talvolta anche economico, persone le quali dopo una vita spesso dura, hanno il sacrosanto diritto a una permanenza serena e questo è il punto.
Ed è per questo che tutti i percorsi di riorganizzazione cui accennava il direttore prima, di modernizzazione della struttura, non possono prescindere da processi permanenti di riqualificazione e formazione del personale sia sul versante operativo e professionale che su quello della cultura del servizio che assuma come centrale la umanizzazione del rapporto, ripeto, la umanizzazione del rapporto con l’ospite.
Punto focale è, quindi, la leva gestionale della formazione attraverso la quale si realizza uno sviluppo delle politiche della motivazione del personale e del raggiungimento di più elevati livelli di qualità dei servizi da rendere alle persone.
Ma in tema di politiche del personale il vero problema, come risulta dalla stampa locale e da taluni - mi sia consentito - ritornelli di alcuni esponenti sindacali, fosse quello di stabilire - come accennava il direttore prima - se l’attuale dotazione organica sia o meno conforme agli standard previsti dalla Regione Veneto, la risposta è sì e avremo anche qualche eccedenza sul piano formale, ovviamente, ma la risposta potrebbe essere “no” sulla base di che cosa?
Sulla base di un mutato rapporto nel tempo tra le varie tipologie di utenti di cui parlava il direttore prima, la percentuale degli ospiti non autosufficienti è divenuta fortemente maggioritaria rispetto a quando furono stabiliti gli standard, percentuale che purtroppo tende inesorabilmente ad aumentare nel tempo. Che fare?
Il Consiglio di Amministrazione, caro Sindaco mi rivolgo a lei, conscio dell’aggravarsi della situazione si rende disponibile a proporre e concordare con le organizzazioni sindacali una revisione della dotazione organica che tenga conto del mutato assetto sociale, però il Consiglio di Amministrazione è un organo di gestione non politico che, sotto il profilo politico vive di luce riflessa. Che fanno la politica e i politici?
Le tanto conclamate sinergie politico-istituzionali in tale contesto troverebbero la loro più alta espressione con l’effettivo adeguamento del servizio alle nuove esigenze che la comunità va via via ponendo. Sono certo, signor Sindaco, che a partire da questo Consesso ciascuno saprà assumersi le proprie responsabilità. Sempre in tema di politiche del personale, altro problema, un po’ strumentalizzato in talune sedi, è quello serio ed esistente delle ferie pregresse e delle ore prestate in eccedenza.
A parte ogni considerazione, come faceva trapelare anche il direttore generale, sulla non eccessiva trasparenza 18 nel metodo di calcolo e di gestione delle ferie - risalente all’anno 1986 - l’Amministrazione attenta alla delicata e stressante natura del lavoro degli operatori ne ha riconosciuto il diritto predisponendo altresì un apposito piano di fruizione in un arco di cinque anni, a partire dall’anno 2008.
Tuttavia l’Amministrazione per mantenere un corretto e proficuo rapporto con le organizzazioni sindacali e per l’alta considerazione del tipo di lavoro svolto dai dipendenti intende anticipare al 2007 l’inizio del Piano di fruizione delle ferie, mediante uno stanziamento in bilancio della prima tranche dell’importo di 60 mila euro.
Parliamo adesso dell’altra faccia della medaglia, quella principale, quella che dovrebbe costituire l’oggetto della nostra attenzione: gli utenti, le varie categorie di cui ha parlato il direttore. Anche la nostra comunità rodigina, come il resto del Veneto e dell’Italia, sta diventando una comunità sempre più vecchia, anzi la popolazione di Rovigo e dei Comuni dell’U.L.S.S. 18, è già oggi una tra le popolazioni più vecchie del Veneto.
La popolazione di ultrasessantacinquenni nel Comune della nostra U.L.S.S. è oltre 37 mila su un totale di 170 mila di residenti. Questo dato ci dice che nel nostro territorio siamo già oltre il 22 per cento di cittadini con più di 65 anni e che ci collochiamo al secondo posto nel Veneto, solo dopo Venezia.
I cosiddetti grandi vecchi sono le persone con più di 80 anni, sono circa 10 mila su 170 mila, pari a oltre il 5 per cento, quasi il 6 per cento, ma quello che più conta sono le previsioni dell’Istat, che sembrano lontane ma sono vicine, sulla distribuzione degli anziani sopra i 65 anni, fino all’anno 2020, prevedono che nel nostro territorio, si arriverà a quasi 44 mila ultrasessantacinquenni, solo nel 2010 e non è altro emisfero, pari al 25,5 per cento, a quasi 48 mila nel 2015, al 27,8 per cento a oltre 50 mila nel 2020 pari al 29,8 per cento significa 30 per cento di ultrasessantacinquenni.
Queste persone anziane non saranno ovviamente e fortunatamente tutte bisognose di assistenza, ma è evidente che l’invecchiamento della popolazione, l’allungamento della vita media, pongono una serie di problemi cui far fronte già da oggi, non aspettando il domani per evitare che si acuiscano ancora più nei prossimi anni.
Le stesse fonti evidenziano che già oggi su oltre 65 mila nuclei familiari che costituiscono la popolazione, ben il 24 per cento, oltre 16 mila famiglie, sono costituiti da una sola persona e quasi il 28 per cento dei nuclei familiari sono costituiti da due persone.
I dati statistici citati sono estremamente espliciti e ci inducono a riflessioni serie per programmare e progettare i servizi alla terza e quarta età per il futuro prossimo, se non vogliamo essere costretti a lavorare in emergenza con la fretta di correre ai ripari per dare risposte a problemi divenuti impellenti.
Per fare questo occorre: operare in sinergia non solo con il Comune di Rovigo, mi auguro, per ottenere un numero maggiore di quote sanitarie da parte della Regione Veneto, adeguare gli standard strutturali dell’Ente, incidere - e qui un po’ dipende anche dal Comune di Rovigo - sul piano della residenzialità e sul piano di zona e dei servizi alla persona dell’U.L.S.S. 18, attraverso un ruolo da protagonista del Comune di Rovigo in seno alla Conferenza dei Sindaci e il Comune capoluogo.
Qualche accenno sulle prospettive. È quanto mai opportuno offrire agli anziani non autosufficienti, che ancora possono contare su qualche supporto familiare, uno o più centri diurni in cui prestare assistenza socio-sanitaria, oltre che sociale, nonché offrire la possibilità di posti di sollievo per il periodo in cui i familiari non siano in grado di prestare assistenza o per consentire loro di godere di un necessario periodo di riposo.
È necessario dare risposte sanitarie e socio-sanitarie adeguate ai non autosufficienti gravi che sono oltre il 30 per cento tra Alzheimer e demenza senile, attraverso la predisposizione di reparti dedicati e attrezzati. Sarebbe auspicabile mantenere il più a lungo possibile - lo sappiamo tutti - la persona anziana nel suo contesto di vita e allontanare il più possibile nel tempo il momento della non autosufficienza attraverso che cosa?
Primo: la predisposizione dei servizi per i cosiddetti semi-autosufficienti, cioè per quelle persone che affette da qualche difficoltà di ordine sanitario, motorio o intellettivo, possono ancora essere autosufficiente, a condizione di poter contare su qualche piccolo aiuto assistenziale o socio- sanitario. Due: fornitura a domicilio del pasto per il periodo in cui l’anziano o la persona sola non sia in grado di provvedervi direttamente.
Terzo: la disponibilità a organizzare un servizio di assistenza domiciliare domestica e assistenza domiciliare integrata evitando sovrapposizioni di interventi.
19 Tutto quanto sopra detto significa una cosa molto semplice ma molto difficile da fare: trasformare l’IRAS da Casa di Riposo in versione Onpi aggiornata al 2000, in un vero centro di servizi per l’anziano ancora autosufficiente e non autosufficiente nonché per le persone disabili o per quelle persone che affette da malattie varie abbiano bisogno per alcuni periodi di supporti assistenziali. Mi avvio alla conclusione. Un accenno anche alla logistica.
Va detto anzitutto che le strutture di San Bortolo, entro l’anno andranno tutte a norma, tuttavia anche in tema di logistica esiste un gravoso e annoso problema che, al di là dei codicilli della convenzione in essere, non può continuare a essere sottaciuto. Questo problema si chiama precarietà di situazione di Casa Serena, problema che ha un nome e anche una data di nascita, il nome significa 6-7 milioni di euro, la data di nascita sono gli anni Settanta, gli anni di nascita di costruzione di Casa Serena.
Ma qui, signori, non ritorna la imprescindibilità di sinergie politico-istituzionale, con tutte le considerazioni prima svolte, lungi dal far la parte di “scarica barile”, per cultura personale e politica lo detesto; l’oggettività della situazione non può essere che questa: chi tira fuori i quattrini? La Regione? Il Comune?
Le Fondazioni bancarie? I privati? Una cosa mi sembra certa: i quattrini non possono venire fuori dalle tasche degli ospiti attraverso un iniquo inasprimento delle rette e qualsiasi Consiglio di Amministrazione, per quanto autorevole, non potrebbe mai provvedervi da solo.
Per concludere. senza enfasi alcuna e lungi da atteggiamenti di tipo autoreferenziale, credo si possa affermare che: l’IRAS non è una costola di Rovigo, l’IRAS è il cuore sociale di Rovigo che vuole concorrere alla crescita della città per fare di Rovigo quel capoluogo che stenta a divenire. Grazie.